
a
cura di
Matteo
Berlanda
Richard
Mervyn Hare è nato il 21 marzo 1919 a Blackwell,
vicino Bristol, da Charles Francis Aubone Hare e Louise
Kathleen Hare (già Simonds).
Fu educato alla Rugby School ed al Balliol College di
Oxford (1st cl. Classical Honour Mods. 1939, 1st cl. Lit.
Hum. 1947, BA and MA 1947).
Durante la seconda guerra mondiale fu arruolato nel 1940
nella Royal Artillery, fu tenente dell’Indian
Mounted Artillery nel 1941 e prigioniero di guerra a
Singapore e lungo la Burma-Thailand Railway dal
1942 al 1945.
Sposò, nel 1947, Catherine Verney, dalla quale ha avuto
quattro figli.
Ha svolto presso l’Università di Oxford i seguenti
incarichi: Fellow e Tutor in filosofia al Balliol
College, 1947-66 (Hon. Fellow dal 1974); Lecturer
in filosofia, 1951-66; Wilde Lecturer in Natural
and Comparative Religion, 1963-66; White Professor
in filosofia morale e Fellow del Corpus Christi
College, 1966-81 (Hon. Fellow dal 1983).
E’ stato poi Graduate Research Professor di
filosofia all’Università della Florida, Gainesville,
dal 1983 al 1994.
Inoltre è stato Visiting Fellow o Professor:
al Council of Humanities presso l’Università di
Princeton (1957); all’Institute for Advanced Studies
presso l’Università Nazionale Australiana, a Canberra
(1966); presso l’Università del Michigan, ad Ann Arbor
(1968); presso l’Università del Delaware, a Newark
(1974); al Center for Advanced Study in the Behavioural
Sciences presso l’Università di Stanford (1980);
presso l’Università di Unisa e altre università
Sudafricane (1985); presso il Centre for Human
Bioethics dell’Università di Monash (1987 e 1993);
presso le università di Kyoto, Osaka, Nagoya e Tokyo
(1988); presso la FSU di Tallahassee (1990-94);
alle Axel Hägerström Lectures all’Università
di Uppsala, 1991.
E’ stato membro de: National Road Safety Advisory
Council, 1966-1968; Church of England Working
Parties on Ethical Questions, 1960-74; Church
of England Board for Social Responsibility, dal 1962;
Presidente della Aristotelian Society, 1972-73.
Ha ricevuto i seguenti riconoscimenti: Fellow della
British Academy (1964); Tanner Award (1973);
Foreign Hon. Member dell’American Academy of
Arts and Sciences (1974); Hon. Ph.D.
all’Università di Lund (1991).
Breve
presentazione della filosofia di R.M.Hare
Cercheremo
di dare uno sguardo generale e panoramico sulla filosofia
di Richard Mervyn Hare, mossi dalla domanda: quali sono i
principali elementi teoretici e storiografici necesari per
una comprensione della filosofia di R.M.Hare nel contesto
della filosofia inglese del XX secolo?
In primo luogo mi sembra opportuna qualche breve
riflessione sui pochi elementi del metodo di lavoro di
Hare.
Molto interessante risulta, in primo luogo, l’abitudine
di Hare di iniziare ogni nuovo libro con una serie di
capitoli riassuntivi del contenuto qualificante delle sue
opere (libri e saggi) precedentemente pubblicate.
L’interesse risiede nel fatto che Hare, ogniqualvolta si
trova a dover fare riferimento alle sue pubblicazioni
precedenti, non si limita a ripeterne le tesi senza alcuna
variazione, ma le rielabora in una nuova forma e, al
limite, le rivede sì da tener conto del dibattito da esse
suscitato. Esempi significativi di tale attenzione al
risultato del dibattito coi suoi colleghi sono rinvenibili
in Freedom and Reason e in Moral Thinking,
ove Hare dice esplicitamente che in The Language of
Morals «my own terminology [...] was slovenly».
Hare dunque non fu affatto pregiudizialmente restio a
correggere la sua teoria, anche se, come abbiamo avuto
modo di notare in particolare nei suoi interventi del
periodo 1964-1997, le rettifiche effettivamente apportate
riguardarono solo aspetti marginali del suo
prescrittivismo che peraltro rimane sostanzialmente
immutato (o quantomeno secondo Hare rimane immutato)
lungo tutta la sua carriera.
Notevolmente più rilevante è un altro aspetto
dell’approccio di Hare ai problemi filosofici: Hare,
come spesso avviene per i filosofi analitici inglesi, è
molto disinvolto nel citare i grandi filosofi del passato,
spesso si limita a citare in nota riferimenti sommari al
passo in cui è contenuta l’idea che egli richiama e
raramente ritiene necessario riportare il passo stesso. Un
ottimo esempio di questo atteggiamento, che ci permette
allo stesso tempo di esplicitare qualche perplessità
sulla sua tesi dell’equivalenza tra la tesi dell’universalizzabilità
e l’utilitarismo, ci è fornito dal trattamento da Hare
riservato alla teoria etica kantiana; Hare -
nell’attribuire alla morale kantiana un’impostazione
compatibile con il suo utilitarismo - cita quasi
esclusivamente la Grundlegung zur Metaphysik der Sitten
e non sembra ritenere rilevanti (raramente li cita) i
numerosi passi della Kritik der Praktischen Vernunft
e della stessa Kritik der Reinen Vernunft ove Kant
delineò il contesto teorico entro il quale andava
inserita l’autonomia della morale e lo stesso imperativo
categorico, ossia l’assoluta e necessaria
mancanza di contenuti della sua etica, che non avrebbe mai
permesso che i desideri e le preferenze individuali
risultassero rilevanti nei contesti morali.
Senza voler con questo giustificare le sue imprecisioni,
dobbiamo però indicare una possibile causa della
"disinvoltura storiografica" di Hare nel
carattere apertamente teoretico della sua ricerca: Hare
non si propone, se non sporadicamente, obiettivi
d’indagine storiografica, non intende cioè relazionare
circa e confrontarsi con le risposte altrui ai problemi
filosofici che lo interessano, ma è un filosofo che cerca
di trovare le soluzioni ai problemi posti facendo
affidamento solo sul proprio personale metodo filosofico:
l’analisi del significato dei termini del linguaggio
morale ordinario.
Il carattere prevalentemente teoretico della filosofia
analitica inglese è peraltro un dato ormai acquisito
dalla storiografia filosofica di questo secolo e si
configura quasi come una discriminante programmatica. Per
quanto detto, dunque, Hare appartiene a pieno titolo alla
tradizione analitica anche da questo punto di vista.
Un’altra breve osservazione va dedicata all’attenzione
di Hare per gli aspetti logico-formali dell’indagine
filosofica; Hare si dimostra sempre interessato alle
questioni formali e alla possibilità di strutturare
sistemi di logica modale entro cui inscrivere una
specifica logica deontica, ma il suo interesse sembra
comunque essere quello di un osservatore almeno
parzialmente "esterno". Se si confrontano ad
esempio gli scritti di filosofi come A.Ross o G.H.von
Wright con quelli di Hare si nota presto la notevole
distanza tra i rispettivi approcci all’indagine
etico-morale: mentre per i primi il compito della
filosofia analitica nel campo dell’etica sembra essere
proprio quello di costruire modelli logici formalmente
ineccepibili, per Hare invece sembra essere prioritaria
l’indagine linguistica e, per così dire, empirica del
fatto ‘moralità’, mentre la modellizzazione è
relegata al ruolo di organizzazione delle informazioni cui
l’indagine linguistica perviene.
Le tesi
principali della filosofia di Richard Mervyn Hare
Per
rispondere alla domanda principale che dobbiamo porci in
sede storica, "quali sono i pricipali elementi
teoretici e storiografici necessari per una comprensione
della filosofia di R.M.Hare nel contesto della filosofia
inglese del XX secolo?", delineare una ricostruzione
sintetica e completa della filosofia di Hare e quindi
cercare di trovare il suo "posto" all’interno
della storia della filosofia inglese del ’900, è
opportuno rivolgere la nostra attenzione agli intenti che
ci eravamo proposti all’inizio del nostro lavoro.
L’intento iniziale fu quello di analizzare in modo
particolare quella parte della produzione filosofica di
Hare in cui, al pari di tanti altri filosofi inglesi agli
inizi degli anni ’70, egli spostò la sua attenzione
dall’indagine metaetica della struttura formale dei
discorsi morali all’applicazione pratica dell’etica a
problemi morali concreti. Via via che il nostro lavoro
procedeva ci siamo però accorti della relativa marginalità,
nell’economia complessiva del pensiero di Hare, delle
applicazioni pratiche dell’etica; i problemi concreti
infatti da un lato svolsero certamente una funzione di
stimolo della sua riflessione e, dall’altro, altrettanto
sicuramente sono da lui considerati come il naturale
"campo di prova" della bontà delle varie teorie
etiche, ma - ci siamo convinti durante la nostra ricerca -
la parte più importante dell’opera di Hare è proprio
"ciò che sta nel mezzo" a questo duplice ruolo
dei problemi concreti.
In mezzo stanno i due passaggi teorici fondamentali che
abbiamo cercato di evidenziare suddividendo l’analisi
delle opere di Hare nei due periodi 1949-63 e 1964-97;
tali passaggi sono, dunque,
(1a) la costruzione di una metaetica puramente formale
e contenutisticamente neutrale a partire da quelle che
Hare chiama «intuizioni linguistiche» o «nozioni
logico-concettuali»; e
(2a) il passaggio dal piano metaetico a quello normativo
o sostanziale con l’individuazione del nesso
(quasi di necessità logica) tra le tesi principali
del prescrittivismo universale e l’utilitarismo
dell’atto.
Questi due passaggi fondamentali vanno poi compendiati
ognuno di un’indispensabile parte altrettanto importante
anche se meno evidente; sono
(1b) la designazione della struttura semiotica generale
entro cui s’inscrive la logica dei discorsi morali, e
(2b) l’applicazione della teoria metaetica e dei suoi
sviluppi utilitaristici ai problemi morali concreti.
Per quanto riguarda (1b), la parte forse più metodologica
e "analitica" in senso stretto della riflessione
di Hare, il suo interesse per le questioni di pertinenza
di questo ambito non sembra essere diminuito col passare
degli anni, ma, anzi, sembra costantemente teso al
conseguimento di forme sempre più raffinate di analisi
logico-linguistica; testimonia questo perdurante interesse
il fatto che l’esordio sulla scena filosofica di Hare,
con il saggio Imperatives Sentences, e ancora il
suo ultimo (sino ad oggi) saggio di un certo peso teorico,
Some Sub-Atomic Particles of Logic, concernono
entrambi una ricostruzione degli speech-acts tipici
del linguaggio morale basata sull’analisi del linguaggio
morale ordinario.
Il fondamento metodologico della filosofia di Hare può
essere riassunto come segue: il metodo filosofico
dell’analisi del linguaggio ordinario consente di
esplorare il proprio oggetto (nel nostro caso il
linguaggio morale) e di scoprirne il ‘significato’,
cioè, principalmente, le proprietà logiche fondamentali
dei suoi termini e dei suoi enunciati tipici. Questa
esplorazione in Hare è sensibilmente influenzata dalla
metodologia proposta da J.L.Austin, anche se Hare se ne
discosta in modo significativo in punti qualificanti, ed
ha come strumento analitico principale la suddivisione
degli enunciati normativi in una serie di elementi
costitutivi: il «frastic», il «neustic»,
il «tropic» ed il «clistic»,
rispettivamente denotanti il riferimento fattuale e
l’assenso dato all’enunciato, il suo modo grammaticale
e la sua completezza sintattica. L’attenzione invece
alla possibiltà di costruire un sistema completamente
formale di logica modale deontica non caratterizza
l’opera del nostro autore.
Per quanto concerne invece i risultati da Hare raggiunti
attraverso questa sua analisi durante quello che abbiamo
definito il primo momento della sua filosofia, conviene
prendere le mosse dalla breve prefazione da lui stesso
preposta alla traduzione italiana di The Language of
Morals; in essa si delineano molto chiaramente i
cardini dell’intero programma filosofico dicendo:
I
problemi fondamentali dell’etica sono quelli relativi
alla teoria del significato. [...] Quando la teoria
del significato viene a trattare delle differenze di
significato tra enunciati di diversi modi grammaticali,
essa non può venire separata dalla teoria degli
speech-acts. [...] Ma oltre a indagare più a fondo
sulle basi teoriche dell’etica, è necesario anche
mettere alla prova le teorie etiche applicandole a problemi
pratici.
I tre concetti chiave della filosofia di Hare tra il 1949
e il 1963 sono dunque quelli di ‘teoria del
significato’, di ‘teoria degli speech-acts’
(o, più generalmente, di ‘teoria dell’uso nel
linguaggio ordinario’) e di ‘applicazioni pratiche
della teoria’.
Dalla disamina della produzione letteraria di Hare
condotta in questa tesi possiamo in primo luogo notare
come il lavoro concernente il chiarimento e
l’organizzazione di queste prime nozioni fondamentali,
pur presentando una concentrazione degli interventi
maggiormente innovativi nel primo periodo, copre
l’intero arco della sua carriera.
In
estrema sintesi, le tesi da Hare proposte rispetto alla
costruzione della sua prospettiva metaetica sono le
seguenti (per non citare che le più rilevanti tra quelle
che abbiamo affrontato in questo nostro lavoro):
(a) la
metaetica deve occuparsi soltanto delle questioni
formali relative al linguaggio usato per parlare
moralmente, e cioè in particolare delle proprietà
logiche dei termini morali; tali proprietà sono:
(b) la prescrittività,
cioè la proprietà per cui se enuncio il giudizio morale
‘si deve fare X’ allora con ciò stesso
sottoscrivo l’imperativo singolare rivolto a me stesso
‘fa’ X/farai X’; e
(c) l’universalizzabilità,
cioè la proprietà per cui prescrivendo ‘si deve
fare X’ implicitamente sottoscrivo l’ulteriore
prescrizione ‘chiunque, in situazioni simili per gli
aspetti rilevanti, deve fare X’.
(d) I
giudizi morali vengono così ad essere costituiti da due
significati differenti: il significato prescrittivo,
consistente nel lodare o raccomandare
un’azione e responsabile del ruolo di guida del
comportamento tipico della morale, ed il significato descrittivo,
consistente nella descrizione fattuale delle situazioni e
delle azioni prescritte e responsabile della proprietà
dell’universalizzabilità; tra questi due significati
vige un rapporto di
(e) consequenzialità
e sopravvenienza, cioè una relazione per cui (e1)
non si possono dare giudizi differenti se non vi sono
differenze rilevanti tra i casi e per cui, allo stesso
tempo, (e2) non si può dedurre alcun giudizio
morale dal solo elemento descrittivo del significato; ciò
equivale a considerare l’elemento prescrittivo come il
carattere specifico dei giudizi morali.
Tale
impostazione consente, tra l’altro, a Hare di sviluppare
una puntuale e ben strutturata
(f) critica
alle teorie etiche naturalistiche, intuizionistiche ed
emotivistiche, delle quali peraltro egli riprende le
istanze fondamentali, rispettivamente:
(f1)
la sopravvenienza e consequenzialità dei
giudizi morali;
(f2)
la non-analiticità dei principi morali e
l’impossibilità di ritenere veri giudizi contradditori;
(f3)
la possibilità di includere elementi non-descrittivi
nel significato dei termini morali.
Inoltre
completa il quadro e ne fornisce la motivazione più
profonda e duratura la difesa della
(g)
fondamentale libertà di adottare qualsivoglia
prescrizione e, contemporaneamente, la difesa della
(h) razionalità
del ragionamento e del discorso morale, resa possibile
dalla proprietà dell’universalizzabilità e anche
attraverso l’argomentazione della
(i)
possibilità di costruire inferenze tra giudizi
morali, tra imperativi e tra giudizi morali e imperativi.
Per
quanto riguarda invece il secondo momento teorico
fondamentale, il passaggio dalla metaetica prescrittivista
universale all’etica normativa utilitarista,
esso viene abbozzato almeno a partire da Freedom and
Reason (1963), ma raggiunge una solida fondazione solo
nei saggi sull’utilitarismo pubblicati a metà degli
anni ’70 ed è completato soltanto con il libro Moral
Thinking (1981). I temi centrali della riflessione di
Hare in questo secondo periodo cambiano sensibilmente
rispetto a quelli del periodo precedente e, per quanto
l’intento di Hare fosse quello di mantenerli uniti in
una consequenzialità poco meno che necessaria, la
discontinuità tra l’indagine metaetica puramente
formale e l’etica normativa utilitarista venne da molti
autori indicata come la principale responsabile degli
aspetti meno convincenti della filosofia di Hare. Le tesi
principali di questo secondo periodo sono le seguenti:
(l)
esiste una stretta dipendenza tra il
prescrittivismo universale, la teoria metaetica elaborata
nel periodo precedente, e l’utilitarismo; quest’ultima
etica normativa è il naturale (e quasi necessario) esito
della ricerca metaetica.
La
relazione di dipendenza prevede infatti che
(m) il pensiero
morale fondato sulla metaetica prescrittivista e
universale consti di due componenti, una formale (le
proprietà logiche dei termini morali) e una sostanziale
(le preferenze di fatto), e che
(n) la
sola componente formale «generate certain method of
substantial normative moral thinking», cioè
(o) un
pensiero morale utilitaristico strutturato su due diversi
livelli:
(p) il
livello intuitivo, preposto all’applicazione
concreta dei principi morali, e
(q) il
livello critico, che ha invece il compito di
scegliere i principi da applicare e di risolvere i
conflitti tra principi, e che è formalizzabile
nell’equazione: giudizio moralea =
preferenzaa (prescr., univer.)
= s (sommatoria a...n prefa
...prefn); (questi due livelli del
pensiero morale, ricordiamolo, si aggiungono al
livello metaetico).
(r) Tale
strutturazione della riflessione morale su tre livelli
concatenati (metaetico/critico/intuitivo), rende possibile
considerare l’utilitarismo come un’etica sia sostanziale
che, al tempo stesso, neutrale quanto ai contenuti.
Nel
contesto della difesa dell’utilitarismo vengono inoltre
sostenute tesi rispetto alla
(s) identità
tra prescrizioni e preferenze (se ‘preferisco fare X’,
allora necessariamente prescrivo ‘devo fare X’
e viceversa), anch’essa funzionale alla possibilità
della coesistenza di prescrittivismo e utilitarismo,
e alla
(t) necessità
di considerare possibile la comprensione, l’assunzione
individuale e la comparazione delle preferenze e
dei desideri delle altre persone.
Tale
difesa, infine, è condotta anche attraverso
(u) la
tesi storiografica della convergenza teorica tra
morale universalista kantiana e morale utilitarista.
Le
tesi di Hare nel contesto filosofico inglese
La
filosofia di Hare va inserita in un contesto filosofico
piuttosto vivace, dove questioni anche di secondaria
importanza vennero dibattute a lungo specialmente sulle
principali riviste di filosofia teoretica (American
Philosophical Quarterly, Analysis, The Journal of
Pilosophy, Mind, Monist, Philosophy, Philosophical Review,
Philosophical Quarterly, Philosophical Studies,
Proceedings of the Aristotelian Society) e di filosofia
morale applicata (Bioethics, Business and Professional
Ethics Journal, Ethics, Journal of Medical Ethics, Journal
of Value Inquiry, Monash Bioethics Review, Philosophy and
Public Affairs, Professional Ethics).
I molti
dibattiti e le innumerevoli discussioni circa le tesi di
Hare che si svolsero su queste riviste, nelle opere
collettive e nei libri di filosofia morale coinvolsero
molti tra i principali filosofi inglesi e americani; gli
interlocutori principali di Hare furono: i cosiddetti
descrittivisti, tra i quali ricordiamo G.E.M.Anscombe,
P.T.Geach, Ph.R.Foot e G.J.Warnock, da sempre impegnati a
cercare fatti morali da contrapporre al sostanziale
non-descrittivismo dei giudizi morali
prescrittivisti; qualche rappresentante inglese del
materialismo marxista come M.Cornforth, critico verso la
matrice nascostamente liberale della morale
prescrittivista; i filosofi per certi aspetti "sulla
stessa linea d’onda" di Hare (W.D. Hudson, J.Mackie,
P.Singer, D.Parfit, I.Persson e N.Rescher), che
svilupparono ed emendarono le tesi di Hare sia nella loro
componente formale e metaetica che nei suoi risvolti
pratici; i sostenitori della teoria
"dell’osservatore ideale" come R.B.Brandt, che
rilevò i numerosi punti di contatto tra le proprie tesi e
quelle di Hare, e quelli della teoria dei "contraenti
razionali" come J.Rawls, che cercò invece di
ignorare ogni possibile somiglianza; utilitaristi del
calibro di A.K.Sen e J.C.Harsanyi e anti-utilitaristi
radicali come B.Williams; infine autori del calibro di
R.B.Braithwaite, W.K.Frankena, E.Gellner, S.Hampshire,
A.MacIntyre, R.Montague, A.Ross, J.Searle, S.E.Toulmin e
J.Wisdom il cui interesse per i testi di Hare sembra
essere sempre genuino e, se non benevolo, quanto meno
solitamente ben informato e consapevole della centralità
delle domande poste dalla sua riflessione.
Quale fu
- ci chiediamo ora - l’atteggiamento prevalente tra
questi autori nei confronti della complessiva prospettiva
filosofica di Hare?
Ponendo
questa domanda ci proponiamo di individuare quali tra le
succitate tesi di Hare abbiano più inciso nel dibattito
filosofico e quali, in particolare, siano state condivise
dai suoi contemporanei.
Ad un
primo superficiale sguardo retrospettivo ci si può
accorgere di questo: se si prendessero in esame soltanto
le tesi da Hare elaborate sino alla metà degli anni
’60, cioè la sua metaetica, la loro diffusione e
condivisione ci porterebbe certamente a includere Hare nel
novero degli autori più importanti e più ascoltati, nel
Regno Unito e nei paesi anglofoni, in fatto di ricerche
etiche; egli infatti è uno tra i primi e più autorevoli
filosofi che inaugurano la cosiddetta "terza
via" in etica ed il suo contributo ad un’etica
fondata su un nuovo paradigma di significato influì
certamente in modo rilevante sugli ulteriori sviluppi di
questa disciplina; a chiara testimonianza della grande
influenza esercitata da Hare sugli studiosi di etica
annotiamo il gran numero di ripubblicazioni che ebbero i
suoi principali saggi appartenenti a questo periodo,
l’intenso dibattito che vide contrapposte le tesi di
Hare e quelle dei già citati descrittivisti e la stessa
notorietà degli autori che intervenirono sulle questioni
sollevate (anche) dai lavori di Hare.
Questa
certezza però sfuma nel dubbio, e la nostra opinione
diviene conseguentemente meno sicura, se si estende
l’attenzione anche agli anni compresi tra il 1965 ed i
giorni nostri. L’apertura di credito all’utilitarismo
e la consequenzialità che Hare indicò sussistere tra
esso ed il prescrittivismo universale furono infatti
spesso interpretate come un "tradimento" dello
spirito che aveva guidato le analisi metaetiche: se
c’era una nozione alla base del prescrittivismo
universale concordemente considerata come corrispondente
alla realtà dell’etica, questa era proprio quella neutralità
rispetto ai contenuti della morale che, con la svolta
normativa utilitaristica, sembrò a molti essere
sconfessata. Lo abbiamo già detto e lo ripetiamo per la
sua grande importanza: Hare credette e crede ancora
fermamente che non vi sia contraddizione tra la neutralità
del prescrittivismo universale, cioè il basarsi
esclusivamente su intuizioni linguistiche universalmente
valide, e il suo esito necessariamente utilitaristico,
ma, purtroppo per lui, molti autori ritennero che questo
fosse un passaggio indebito o che, quantomeno, non fosse
da Hare sufficientemente argomentato. Il già citato
saggio di Maurizio Mori ci offre lo spunto per una
ulteriore considerazione circa il posto di Hare nella
filosofia inglese a partire dal 1971: secondo Mori una tra
le cause scatenanti il passaggio dell’interesse
prevalente dalla metaetica all’etica normativa avvenuto
in quell’anno è il fatto che «da qualche parte si
sollevano dubbi sulla distinzione tra etica normativa e
metaetica»; possiamo dire con sicurezza che Hare
certamente non condivise questa motivazione nel rivolgere
il suo interesse verso l’etica normativa e i problemi
morali concreti; Hare cerca infatti di mantenere sempre al
centro dell’attenzione un nesso piuttosto forte tra le
sue tesi metaetiche e l’analisi dei problemi concreti
attuata in quegli anni. E’ forse per questa sua
convinzione che, a partire dalla completa formalizzazione
della sua etica normativa nel 1981 con Moral Thinking,
la filosofia di Hare viene un po’ ridimensionata nella
sua portata teorica, o quanto meno è questo il motivo per
cui l’interesse per le sue opere sembra concentrarsi
lungo tre direzioni di ricerca almeno parzialmente
alternative: o si studiano, ormai da un punto di vista
prevalentemente storico, i suoi contributi alla metaetica
appartenenti al periodo 1949-63, o ci si sofferma,
teoreticamente, sulla problematicità e le debolezze del
suo "passaggio all’utilitarismo", oppure si
discutono, ci si confronta con, si citano i suoi saggi di
etica normativa. Nello stesso saggio di Mori Hare viene
citato soltanto per un suo contributo, del tutto
marginale, all’affermazione dell’etica ambientale,
mentre le peculiarità della sua "svolta" dalla
metaetica all’etica normativa non vengono neppure citate
in nota.
Rispetto
invece al problema di stabilire per ognuna delle
diciannove tesi succitare il rispettivo "grado di
approvazione" e l’eventuale influsso sul dibattito
filosofico, questo compito non può che essere qui
accennato, rimandando il lettore più attento a quelle
parti di questa tesi ove si affronta in modo particolare
la "ricezione" delle opere di Hare da parte dei
suoi contemporanei. Per non dare che un estremamente
sintetico quadro generale possiamo quindi così
riassumere: le tesi (b) e (d), che sin dapprincipio
assunsero il ruolo di "bandiera" del
prescrittivismo, e, più marcatamente, la tesi (g), furono
oggetto di qualche perplessità e di puntuali
‘distinguo’ a causa della loro evidente assonanza con
le tesi centrali dell’emotivismo; le tesi (a) e (h),
inscrivibili all’interno della cosiddetta "terza
via" in etica, furono ampiamente dibattute e in larga
parte condivise nel contesto filosofico anglofono, almeno
sino alla metà degli anni ’70; un’analoga attenzione,
con intenti però sia critici che di approvazione, investì
le tesi (c) e (i), caratterizzanti l’interesse di Hare
per gli aspetti logico-formali dell’indagine filosofica
e, talvolta, persino per la possibilità di costruire un
modello completamente formale per il linguaggio tipico
della morale; la tesi (e), o almeno la sua prima parte, fu
quella sulla quale si registrò uno dei pochi punti di
contatto tra Hare e i suoi oppositori storici, i
descrittivisti.
Per ciò
che concerne invece le tesi appartenenti al periodo
1964-97, possiamo sommariamente affermare che: sulle tesi
(l), (m), (n) e (r), quelle che pongono in stretta
connessione l’indagine metaetica e gli sviluppi
normativi, Hare rimase piuttosto solo e dovette difendersi
dalle numerose critiche: anche se dette tesi godettero di
grande diffusione e furono molto discusse, non ci sembra
si possa dire che esse riscossero un particolare favore e,
anzi, l’atteggiamento prevalente tra i suoi colleghi fu
quello di un non troppo velato scetticismo circa la
bontà dei suoi argomenti; le tesi (p) e (q) non erano
certo una novità per la filosofia morale, ma qualche
critico (es. B.Williams) notò come su questo aspetto il
discorso di Hare divenisse ambiguo poiché non era del
tutto chiaro se tale duplicità di livelli volesse
semplicemente essere una descrizione dei comportamenti
ordinari in fatto di morale o se invece si volesse
prescriverla quale innovativa procedura di decisione
morale; le tesi (o), (s) e (t), quelle che approfondiscono
maggiormente le questioni morali sostanziali relative
all’utilitarismo e le sue conseguenze sul piano
psicologico-antropologico (es. la comprensione delle
altrui preferenze e l’immedesimazione in esse), furono
anch’esse lungamente dibattute all’interno però di un
panorama più vasto e articolato (es. il dibattito sulla
questione dell’identità personale o quello sulla
commensurabilità delle preferenze) ove le tesi di Hare non
erano, a differenza di (l) ...(r), la novità per certi
aspetti dirompente con cui tutti dovettero confrontarsi;
infine la tesi storica (u), concernente una possibile
convergenza tra utilitarismo e morale kantiana, ricevette
un’attenzione piuttosto marginale, almeno in parte da
attribuirsi alla scarsa propensione ad approfondite
indagini storiografiche ricorrente tra i filosofi
analitici inglesi, e per quel poco che se ne discusse
venne sostanzialmente criticata per la mancata
tematizzazione del nesso vitale, in Kant, tra la parte
specificamente pratica della sua teoria e quella teoretica
e fondante.
vedi
Bibliografia delle opere
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